"Amo il ricordo di quelle epoche nude
quando a Febo piaceva indorare le statue,
quando l’uomo e la donna nella loro semplicità
gioivano senza menzogna e senza ansietà,
e offrendo la schiena alle carezze del cielo
mantenevano sana la loro nobile macchina."

mercoledì 22 aprile 2020

TRAGODIA volume 2

"Piangeva su quella carta ingiallita e sporca d'inchiostro, scritta con le lacrime e il sangue di una donna che non era mai riuscita a mostrare la sua anima."







Il figlio dentro è il secondo capitolo della mia trilogia Tragodìa.
Il romanzo si sviluppa con più dolcezza rispetto al primo, Il gelo nel cuore, sicuramente più impetuoso. I periodi diventano più soffici e lunghi, rispetto alla brevità di quelli del primo capitolo - adatti all'irruenza di molti brani -, ma non mancano i colpi di scena.
Questo capitolo non è a tutti gli effetti un sequel; in un primo momento è una storia parallela a quella raccontata ne Il gelo nel cuore, ma poi si distacca e scorre, anticipando ciò che ho riservato ai lettori nel capitolo terzo, quello finale.



"Nella trasparenza della finestra riuscì a scorgere un volto mai dimenticato che subito fu soppiantato dal suo, cereo e appassito come una una rosa su un tumulo abbandonato dal suo stesso spirito."

Eleonora, personaggio appena sfiorato nel primo volume, diventa uno dei protagonisti del secondo. Eleonora non ha dimenticato i suoi sentimenti da qualche parte, non ha reso il suo carattere più spigoloso per dimenticare gli affronti. Eleonora è una creatura dolce e sensibile, che continua a sperare, a lottare, per dimostrare al mondo intero quanto le sue percezioni - tanto disdegnate dai suoi familiari - siano in realtà molto più concrete di ciò che sembrano.
Siamo a Torino, in una città che si sta preparando al Natale, inconsapevole di ciò che il nuovo anno sta per portare, illusa; il 1906  è alle porte e tutti nutrono l'illusione che possa cancellare rancori, sofferenze, noia. Ma il 1906 sta per portare delle nuove sconvolgenti, che coglierà tutti di sorpresa e annichilirà le menti dapprima sveglie. Tuttavia questo torpore non durerà molto perché anche febbraio ha in serbo delle sorprese, e saranno proprio queste a trasformare il dolore in rassegnazione.








La Torino sofisticata e monumentale si alterna a una Puglia verdeggiante e rurale.
Un altro personaggio del primo capitolo torna, insieme al suo grande dolore, forse il più devastante, per rifugiarsi nella casupola di San Vito dei Normanni, dov'è nato e cresciuto prima di prendere il treno per la grigia Novara. Marcello è un girovago, non ha radici, pertanto non rimane a lungo nel suo paese natale. Andrà a Torino, poi a Novara, per compiere una missione, l'ultima prima di morire.
Malgrado soffra di una malattia che lo sta consumando, Marcello compie tutti i passi senza arrendersi mai, senza scivolare nella pigrizia, senza soccombere alla sua salute debole. Sarà proprio lui il protagonista di quel febbraio foriero di speranza che diffonderà la pace tra i cuori inquieti
Grazie a Marcello scopriamo quanto sia lenitivo l'ottimismo accompagnato da una grande fede. Marcello si libera di parte del suo dolore aiutando gli altri a superare il proprio, ma l'aggravarsi della malattia lo rende improvvisamente aspro e meno libero di muoversi autonomamente, pertanto, durante questa pausa, in cui un masochismo improvviso lo costringe a farsi del male, si rende conto che la sua fede non è più stabile e che i suoi sacrifici compiuti in passato non sono valsi a nulla.
Si sente vuoto, ma il desiderio di morire sull'isola amata da suo figlio gli darà il coraggio di compiere l'ultimo viaggio della sua vita.





IL FIGLIO DENTRO (cartaceo) è in vendita sugli store online. L'ebook solo su Amazon.
Se volete, potete seguirmi sulla pagina Facebook TRAGODIA. Se leggete i miei libri e gradite, lasciate una recensione positiva su Amazon o sullo store in cui lo avete acquistato.

lunedì 30 settembre 2019

RECENSIONE: LO HOBBIT DI J.R.R.TOLKIEN

Dopo aver letto Lo Hobbit di J.R.R Tolkien diversi anni fa, ho deciso di rileggerlo e condividerlo con le mie bambine. Quella ristampa del libro, con i bordi arrotondati e la copertina lievemente a rilievo, aveva attirato la mia attenzione in libreria e ora eccomi qui con la mia prima "recensione".




TRAMA

«Questa è la storia di come un Baggins ebbe un'avventura e si trovò a fare e dire cose del tutto imprevedibili.»
Lo Hobbit è un romanzo che il Professore iniziò a scrivere in un periodo drammatico della sua vita, quando ancora si sentivano gli echi della prima guerra mondiale e il mondo era scosso dal tremore della paura. Come l'autore stesso affermò, la fantasia è come la fuga di un prigioniero, il quale  ha tutto il diritto di lasciare la sua prigione per farsi catturare dall'irreale, e questo romanzo - inizialmente rivolto ai più piccini, ma sicuramente apprezzato a tutte le età - incarna anche il concetto di fuga dal quotidiano, dalla paura che ti tiene legato alla poltroncina di casa e alle porcellane, ai libri e ai centrini accuratamente disposti di qua e di là.
 «In un buco nella terra viveva uno Hobbit. Non era un buco brutto, sudicio e umido, pieno di vermi e intriso di puzza. Era un buco Hobbit, vale a dire buon cibo, un caldo focolare e tutte le comodità di una casa.»
Tutto inizia così. Bilbo Baggins, una piccola creatura in tutto simile agli uomini "gambelunghe" - se non fosse per l'altezza di un nano e i piedi pelosi adatti alle scarpinate -, vive serenamente la sua vita da Hobbit. Per gli Hobbit la vita è fatta di buone cose da mangiare, d'aria aperta, di cordialità e disinteresse verso tutto ciò che accade nel mondo esterno. In verità gli Hobbit sono perlopiù ignari di ciò che avviene oltre i loro confini, pertanto continuano a vivere beatamente e fumare la loro erba pipa.
E' un giorno come tanti, quando il giovane Bilbo - che poi ritroveremo più anzianotto ne Il Signore degli Anelli - si rilassa davanti all'uscio di casa Baggins. Improvvisamente, l'ombra maestosa di un anziano barbuto lo sovrasta e dopo un "buongiorno" arzigogolato e confuso Gandalf lo stregone grigio gli fa una proposta che Bilbo prontamente rifiuta.
Le avventure non erano proprio gradite agli Hobbit, tanto meno al povero Bilbo, eppure in passato qualche Hobbit avventuroso c'era stato e uno di questi era proprio imparentato con il nostro protagonista. Nelle vene di Bilbo scorreva il sangue pacato dei Baggins, ma anche quello spericolato dei Tuc, che in questa bellissima storia finisce per soffocare la passione per il focolare e i fazzoletti ben stirati.
Gandalf lo incoraggia a lasciarsi catturare da un'avventura, ma Bilbo, senza rinunciare alla sua cortesia hobbit, rifiuta categoricamente. Però il vecchio stregone ha il suo asso nella manica e fa in modo che tredici nani lo raggiungano direttamente a casa, tra cui Thorin, figlio di Thrain e nipote di Thror, re di Erebor, la città nanica sotto la montagna.
La cena in compagnia dei Nani porta lo scompiglio che potete tutti immaginare e il povero Bilbo inizia a sbuffare come un ciminiera e tremare per paura che rompano le sue porcellane. Ma, quando apprende il motivo che spinge i nani ad affrontare un cammino periglioso e oscuro, infine, istintivamente, pressato dall'insistente Gandalf - il quale gli ricorda le avventure di quel Tuc avventato e impavido -, si lascia coinvolgere, pur rimpiangendo molte volte la pace di casa sua, la comodità, il camino e il buon cibo.

I nani devono raggiungere Erebor per sottrarre le ricchezze di cui molto tempo prima si era impossessato il temibile drago Smaug (o Smog, come appare nell'altra versione del libro che ho letto), e uno Hobbit è la creatura più adatta a entrare nella grande sala del tesoro, perché il drago conosce bene l'odore dei nani, ma non quello di Bilbo. Il viaggio si rivela pericoloso e molesto e la compagnia si ritrova ad affrontare molte avventure rischiose, come il primo incontro con i tre Troll, furbescamente ingannati dalla scaltrezza di Gandalf e poi pietrificati dal sole nascente, con i Goblin, che determineranno poi il seguito della storia, quello che sarà raccontato ne Il Signore degli Anelli, perché proprio da quelle gallerie scavate dai Goblin il povero Bilbo scivolerà direttamente nella tana di Gollum e si impossesserà dell'Unico Anello.

Non voglio dire altro, anche se mi piacerebbe descrivere dettagliatamente ciò che avviene, ma comprendo che in molti non lo hanno letto - qualcuno convinto che la versione cinematografica sia fedele. In realtà non è vero, quindi vi consiglio vivamente di dimenticare il film - epico, bellissimo, senza ombra di dubbio - e di immergervi in questa lettura scorrevole, piacevole, in cui l'autore si rivolge al lettore fino a entrargli nel cuore.


LIBRO E FILM: DIFFERENZE
Perfino io, che l'ho letto due volte e anche più, dopo aver guardato i bellissimi film di Peter Jackson ho provato un fremito davanti a quei dettagli che non ricordavo di aver trovato nel libro.
A parte la molto nota e criticata storia d'amore tra l'Elfa Tauriel e il Nano Kili, ci sono molti elementi inventati di sana pianta e l'esasperazione di tanti altri che fanno giudicare alcuni personaggi in maniera più spietata rispetto a come lo si potrebbe fare leggendo il libro.

Tauriel non esiste, non è mai esistita. Azog, invece, l'Orco pallido padre di Bolg, ritorna per vendicare l'offesa e uccidere Thorin. In realtà Azog era stato già ucciso nel libro. In compenso, però, mentre Azog diviene l'antagonista quasi assoluto, un protagonista che meritava più spazio come Beorn il Mutapelle viene quasi del tutto oscurato. Nel film non è escluso, ma secondo il giudizio di molti tolkieniani (e mio) avrebbe meritato uno spazio maggiore. Che dire, poi, di Thranduil, il re degli Elfi silvani di Bosco Atro? Io l'ho odiato nel film. PJ lo ha esasperato, lo ha reso antipatico e odioso. Quella fierezza tipica degli elfi l'ha trasformata in boria e, mi dispiace ammetterlo, ho dovuto rileggere il romanzo per togliermi dalla pelle quella sensazione amara dovuta all'odio per il poveretto.

CONCLUSIONI

Lo Hobbit è un libro che consiglio. Leggetelo ai vostri bambini, ne rimarranno estasiati come lo sono rimaste le mie figlie. E' un libro che parla di coraggio, del coraggio di una piccola creatura che, consapevole di ciò che hanno perso, vuole aiutare i Nani a recuperare la loro casa e tutto ciò che appartiene loro. Parla di un'amicizia sincera, della capacità di andare oltre e superare i propri vizi, per poi apprezzare la famiglia, la familiarità, le cose belle della vita (che non sono l'oro, la ricchezza e il potere). Ma ciò che mi ha colpito di più è quel senso di unione. Alla fine del romanzo una guerra vedrà lo scontro tra Umani, Elfi e Nani, i quali abbandoneranno i loro rancori per poter combattere un nemico comune: il Male (gli Orchi).
Sebbene sia un romanzo scorrevole e costituito da un linguaggio semplice che giunge al cuore di tutti, indipendentemente dall'età, Lo Hobbit lascia segni profondi e fa riflettere, a maggior ragione se si pensa al periodo in cui il Professore iniziò a scriverlo.
Spero di avervi incuriositi. Sono felice di aver debuttato con questa mia prima pseudo recensione e spero di allietarvi con le prossime.



domenica 29 settembre 2019

EDITING: ARGOMENTO DI DISPUTA TRA SCRITTORI EMERGENTI


Cos'è un editor?
Molto spesso la figura dell'editor è confusa con un'altra figura: il correttore di bozze.  In verità la differenza tra le due figure è sostanziale, perché se il secondo si occupa della correzione di un testo, il primo, invece, oltre a correggerlo, lo analizza per cercare eventuali fratture, difetti che lo rendono poco scorrevole e poco comprensibile.
Prima di scegliere se far editare o no il nostro "bambino" dobbiamo capire se siamo pronti a tutto, perché un editor bravo che vuole migliorare la nostra creatura potrebbe apparire inizialmente un essere spietato che lo fa a pezzi e poi lo rimette insieme, ovviamente solo allo scopo di migliorarlo e renderlo più appetibile. Non tutti hanno la modestia (o il coraggio) di sopportare una tale violenza, pertanto molti preferiscono affidarlo a persone che - vuoi per amicizia, vuoi per incompetenza - alla fine ti illudono che il tuo lavoro è perfetto e pronto per la pubblicazione.

E' davvero necessario l'editing?
Sarebbe cosa buona e giusta ricevere pareri di gente obiettiva e poco interessata a gonfiare il nostro ego. Un inedito dovrebbe essere letto da amici e parenti, da persone che leggono molto e da persone con esperienze nel campo dell'editoria. Bisogna assolutamente capire se la trama scivola come l'olio, se è abbastanza coinvolgente e soprattutto dissimile da tante altre.
Se si vuole sfondare come scrittore, non ci si può permettere di pubblicare un libro senza i dovuti accorgimenti, senza adeguate correzioni, senza aver prima ricevuto un giudizio obiettivo da parte di - faccio un esempio - un editore in pensione o un giornalista. Un primo errore potrebbe far saltare in aria anni di sogni accumulati nei cassetti, e noi sognatori non vogliamo che accada.
Di seguito ci si dovrebbe affidare a un editor a pagamento - di quelli bravi, per carità, mai a uno che si crede un dio e poi ti mette le D eufoniche "perché fanno poetico" (esperienza personale).

Breve storia triste: lui era un bravo scrittore, ma era povero di mezzi.
Sapete quanto costa un editor? Qualcuno chiede anche 3 euro a cartella, e se siete bravi in matematica e avete scritto un bel romanzetto di 300 cartelle... su, calcolate!
Quando avete un testo tra le mani e fremete dalla voglia di pubblicare - perché siete sicuri  di averlo corretto mille volte e non avete riscontrato intoppi nella narrazione -, si inizia a mandarlo ovunque, con la speranza che anche a voi capiti quel colpo di fortuna che oltre alla pubblicazione vi fa guadagnare anche una bella grafica, una bella impaginazione e soprattutto l'editing gratuito. Ma per certe persone quel colpo di fortuna non sembra arrivare mai, per esempio per quegli scrittori che si ostinano a trattare argomenti che alla massa non sono graditi e che usano un linguaggio ricco, infiorettato, fondato sulla continua ricerca di sinonimi e contrari che molti scrittori emergenti non si curano di andare a riesumare (su questo poi ci ritorneremo con un altro articolo).
Per farla breve, quando non si ha la fortuna di essere scelti da una Casa editrice non a pagamento, si usa qualunque mezzo pur di vedere sul web la propria creatura e ci si affida ad Amazon o ad altre "aziende" che offrono molte scelte - traduzione, correzione, grafica, impaginazione, - ma tu sei più povero di un eremita indiano e passi al faidatè (che non sempre fa per tre).





Concludo con un po' di cianuro.
Nei gruppi di emergenti che frequento capita sempre che qualcuno tiri in ballo l'argomento editor. Qualcuno lo fa perché cerca di tirare l'acqua al proprio mulino, qualcuno lo fa perché ha pagato profumatamente una Casa editrice per pubblicare, qualcun altro perché vuole ostentare tutto il suo riguardo verso l'innocente categoria dei lettori, i quali hanno il diritto di leggere solo il meglio del meglio - come se il meglio del meglio fosse un romanzo strapagato, stracorretto da un editor e soprattutto strapubblicizzato.
Proprio qualche giorno fa ammetto di essere stata io a richiamare l'attenzione dei membri con un post, in cui chiedevo cosa doveva fare un povero scrittore senza mezzi a effettuare un editing. Le risposte sono state perlopiù le stesse. Tutti consigliavano di provare con le CE non a pagamento, di attendere e accumulare abbastanza denaro per pagare l'editor, qualcuno consigliava di abbandonare il proprio sogno, qualcuno tirava in ballo il diritto del povero lettore di leggere solo romanzi di un certo calibro. Alla fine ho sommato i commenti e ho dedotto che almeno 2/3 di questi membri avevano solo mentito allo scopo di apparire gli scrittori professionali e seri che in realtà non credo siano.

  • senza l'editing il romanzo non può dirsi adatto alla pubblicazione (risposta di una beta reader/correttore di bozze/editor improvvisata che corregge i testi degli altri, lascia gli errori nei suoi, giudica aspramente i lavori altrui e soprattutto non paga un editor prima di pubblicare perché lei è troppo brava per affidarsi a terzi).
  • non editare manca di rispetto ai lettori (detto da uno scrittore che ha avuto un colpo di fortuna indicibile, ma che, malgrado la sua presunzione senza limiti, propone dei testi con un dizionario scarso e scialbo).
  • non editare è sintomo di poca professionalità (detto da una - e qui mi vien da ridere - che corregge da sé i propri testi perché ha fatto il corso online per editor). 
  • si deve editare per forza, altrimenti, se non si hanno i mezzi, bisogna attendere o sperare in una CE non a pagamento (che poi è bellissimo immaginarsi vecchi, con la flebo e la carrozzella, mentre si autografa il proprio libro. Bisogna pazientare, mica si può pubblicare frettolosamente e tanto per, tanto se la fortuna non ti è avversa e hai la possibilità di arrivare a ottant'anni puoi salutare i tuoi lettori anche da un polmone d'acciaio).

Concludo così. Lo scrittore del terzo punto è l'editor di se stesso, ossia corregge da sé i suoi scritti perché ha pagato per avere una qualifica. Ma vi assicuro, e questo lo può confermare ogni editor serio, che editare non lo si fa col certificato in mano, lo si fa dopo anni di correzioni, anni di lettura, anni di esperienza. Difatti ci sono tanti editor che fanno meravigliosamente il loro lavoro, malgrado non abbiano mai avuto la qualifica per farlo. Con questo non voglio dire che i corsi sono inutili. Credo fortemente che un buon corso, ma anche di più, sia un modo per migliorarsi e giudicare i testi con un occhio diverso da quello dello scrittore, per guardare prevedendo la reazione del lettore e aggiungere o togliere ciò che al lettore potrebbe sembrare superfluo o necessario.  
Ultimamente sono impegnata in una lettura (farò la recensione appena finisco) che presenta dei salti temporali, delle fratture, che scritte da un povero scrittore emergente sarebbero un colpo al cuore per un editor, eppure parliamo di un grande autore italiano che per me scrive meravigliosamente.
A volte non si tratta di difetti, si tratta di peculiarità proprie di un romanzo, di scelte dell'autore, e sta al lettore (il più grande critico) comprenderne il valore.
Continuo ancora a pormi una domanda, malgrado abbia avuto risposte di ogni sorta: la passione dev'essere spenta perché non ci sono i mezzi? Lo scrittore senza l'ambizione del misero guadagno, che vuole raccontare nei libri ciò che la società attuale gli impedisce di dire, deve rinunciare ai suoi sogni solo perché non può pagare?

Consiglio della buonanotte:  che tu abbia i soldi o no, possiedi comunque una grande ricchezza. La creatività è un dono che non tutti hanno e sono del parere che bisogna combattere per affermarla, a costo di sbagliare, rischiare, mandare all'inferno tutti i sogni nel cassetto. Amazon potrebbe essere un buon trampolino. E' gratuito, offre la possibilità di stampare a poco prezzo i propri libri per poi regalarli agli amici e ai parenti, e ricevere un parere obiettivo. Quel tentativo potrebbe farti abbandonare la tua passione o gonfiartela nel petto fino a soffocarti con le tue stesse idee. C'è tempo per realizzare i propri sogni. L'età non dev'essere un impedimento, ma, personalmente, rimpiango di non aver pubblicato una decina di anni fa quello che ho pubblicato solo di recente. Ho dieci anni da recuperare e voglio spendere il tempo che mi è stato destinato per creare e lasciare un piccolo segno, non per attendere le risposte di una CE o ascoltare i consigli di gente che ha solo lo scopo di farti sentire inadeguata.



venerdì 31 maggio 2019

TALENTUOSI O POVERI ILLUSI?

Da qualche tempo ho iniziato a frequentare gruppi di scrittori emergenti su Facebook, che poi tanto emergenti non devono essere, visto che parlano di sé come se fossero i nuovi talenti della letteratura italiana. In questi gruppi ho avuto il piacere di conoscere scrittori gradevoli con i quali mi sono confrontata senza problemi e che, lo ammetto, mi hanno anche dato qualche dritta; molti altri, invece, e perdonate se ho passato il Silkepil sulla lingua, hanno solo dimostrato di essere pieni di boria ed esperienza. Sì, esperienza, quella strana cosa che, nel loro caso, è come un palloncino che punta verso un istrice.


SCRITTORI IN (MAL)ERBA

Chi sa, dice. Chi non sa, dice lo stesso. Io non so, scrivo!
Quale sia il motivo per cui questi scrittori entrano nelle community di emergenti non l'ho capito. Forse sono a corto di idee e  vogliono arraffare spunti. O forse, dopo un libro e una presentazione, sono già dei King e passano il tempo a provocare i poveri emergenti, quelli veri. Il termine "emergente" indica qualcosa che sta per emergere, quindi, a questo punto, mi pare ovvio che non sia quello più adatto per questi scrittori. Chiamiamoli, dunque, EMERSI.



Qual è l'identikit dello scrittore "emerso"?
Le caratteristiche principali di questa tipologia sono varie e variabili in base alla sottospecie:

  • scrivere libri uno dietro l'altro e pubblicare tramite Amazon KDP. Più libri si scrivono, meglio è, altrimenti un lettore potrebbe pensare che sia uno scrittore mediocre (?); 
  • scrivere un libro e spiaccicarlo in ogni gruppo o community, come se fosse il capolavoro del secolo, e - udite, udite - osare perfino proporne l'acquisto... In un gruppo di emergenti... Dove ognuno si sbatte per farsi notare; 
  • improvvisarsi tuttologi: beta reader, correttore di bozze, editor (che poi lo confondono col correttore di bozze), blogger che starnazza recensioni, grafico... No, quello no, perché lo scrittore "emerso" la grafica se la fa fare da un grafico improvvisato, a volte;
  • "opinionare" ovunque. Da ora in poi chiameremo lo scrittore "emerso e onnipresente". Il suo sapere è tale da sentirsi in dovere di esprimere opinioni in ogni cavolo di gruppo. Lo scrittore che rientra in questa tipologia sa tutto, ha il consiglio sempre in tasca, è un esperto della grammatica italiana, è una semi-divinità nel suo campo, ma nei commenti scrive pò (non po'); 
  • essere sgradevole è una delle sue peculiarità. Tu proponi un estratto per ricevere dei consigli, lui, il DIVINO SCRITTORE EMERSO, non lo legge, punta gli occhi direttamente su quella virgoletta messa male o una D eufonica; 
  • non essere generoso è un'altra bella peculiarità che gli appartiene. Ti serve un consiglio? Non chiederlo al DSE perché ti dirà l'opposto di ciò che farebbe lui. E' nella sua natura. I maiali si rotolano nel fango, loro si rotolano in quella sostanza viscosa... Come si chiama? Ah, sangue raggrumato dello scrittore emergente;
  • non accettare consigli.
Conclusioni
E' stato divertente giocherellare e prendere in giro il nostro DSE. Quello che ho scritto deriva dall'osservazione di tutti questi scrittori emergenti che ho conosciuto. Ho fatto uno schema, li ho suddivisi, ho estratto le mele marce, ma, in fin dei conti, ne ho conosciute di belle persone.
Ci sono tante cose che ho notato, ma forse non sono solo strettamente legate al DSE, bensì a quella categoria di persone che stanno con un piede di qua e uno di là. Quanto le amo! L'ho capito quando ho pubblicato anche io il mio estratto e ho ricevuto un complimento e una critica negativa. Quello che si era complimentato ha messo il like al commento del critico... E questo la dice lunga!
A ogni modo, tra tutte le cose che ho notato, nulla mi infastidisce quanto il "mucchio" di scrittori-amici, quelli che puoi far parte anche di un gruppo di 3.000.000 di membri, ma alla fine non consentono a nessuno di entrare nella loro cerchia. Sono quegli scribacchini che si apprezzano a vicenda, o forse no, e che "compro subito il tuo libro", "grazie, tesoro, dimmi quando esce il tuo". Sono quelli che hanno chilometri di recensioni e complimenti pubblici; peccato che siano solo il pagamento di un debito (perché i debitori devono prima o poi restituirla, la recensione, no?) 





martedì 21 maggio 2019

GIOCHI DI RUOLO: PALESTRA PER MIGLIORARE LA SCRITTURA






Ho sempre avuto la passione per la scrittura, ma la vera spinta che mi ha dato il coraggio di pubblicare è stata la partecipazione ai giochi di ruolo su Facebook, dove ho imparato a scrivere meglio, a creare dialoghi diretti e soprattutto a descrivere le emozioni e il contesto minuziosamente.


COS'È UN GIOCO DI RUOLO FONDATO SULLA SCRITTURA

Giocare di ruolo scrivendo è come creare una sceneggiatura. 
Si parte da una trama di base dalla quale scaturiscono tantissime altre trame, che consentono ai vari personaggi di incontrarsi, incrociarsi e magari, con l'approvazione del master, legarsi sentimentalmente.
Innanzi tutto si parte da un fandom, che sarebbe il contesto del gioco. Esistono centinaia di giochi ispirati a romanzi, serie tv, ma anche inventati di sana pianta, che nascono con l'intenzione di attenersi strettamente alla trama o deviarne il corso. In quest'ultimo caso si parla di What if, ossia giochi in cui la trama devia da quella originale e narra le vicende generate da una diversa ramificazione di quelle originali.
E poi c'è da differenziare la tipologia del fandom: fantasy o real life. Quello fantasy riguarda trame che non hanno nulla a che fare con la realtà e, al di là del periodo e della location (immaginari o reali), si basano su eventi e personaggi con le caratteristiche tipiche del mondo della fantasia in senso molto ampio. Nei gdr real life non esiste la magia, né i super poteri, e variano in base al periodo storico. I miei preferiti erano quelli ambientati nel medioevo, esattamente nel XIV secolo, e in epoca vittoriana, ma, data la diffusione del fantasy, non ho mai trovato gdr su Facebook degni di nota in cui ruolare... infatti alla fine li ho creati io ed è stata un'esperienza bellissima!





LA MIA ESPERIENZA DA ROLE PLAYER E DA MASTER

Ho giocato di ruolo per molti anni e ho interpretato diversi ruoli interessanti. 
Sono stata una vampira, una principessa guerriera, una raminga, un guerriero sanguinario e perfino un nano... ma ora che ci penso non ho mai interpretato l'elfo!
Il mio fandom preferito era quello tolkieniano (forse lo avevate capito), che mi ha dato modo di esprimere tutta la mia passione per la Terra di Mezzo e interpretare personaggi inventati (ma coerenti col contesto) o originali, ossia tratti dai romanzi di Tolkien.
Il primo gdr in cui ho allenato le manine era del fandom tolkieniano, ma non c'era coerenza, non si rispettavano i tempi e alla fine ho assistito anche al matrimonio tra Eowyn di Rohan e lo stregone di Angmar, cosa alquanto vomitevole per un'appassionata de Il Signore degli Anelli. 
Successivamente sono entrata in un altro gdr tolkieniano, sempre molto libero, senza costrizioni, senza un numero massimo di personaggi da interpretare. Devo dire che l'esperienza è stata fantastica. Era divertente, così divertente che alla fine ho creato tre personaggi: una raminga, un guerriero solitario e un cavaliere azzurro di Dol Amroth (chi conosce Tolkien sa di cosa parlo).
Dopo diversi anni a ruolare in gdr gestiti da altri amministratori, stanca di quel libertinaggio che sforava gli scritti di Tolkien e, in un certo senso, li imbastardiva, ho creato il mio e l'ho gestito con passione per cinque anni... Ed è stato attraverso il Where once was light now darkness fall che ho compreso l'importanza di una trama ben strutturata, delle biografie dei personaggi ben costruite e di quell'organizzazione che distingue un gdr molliccio e campato in aria da uno ben impostato e costruito con l'aiuto di role players esperti, più esperti di me, che hanno lasciato un'impronta decisa. Sigh!


GIOCO DI RUOLO E ROMANZO: DIFFERENZE E SIMILITUDINI

Gettare le basi per la trama di un romanzo non è dissimile dal farlo per un gdr.
Si parte da un'idea di base, si definisce il periodo, la/le location, i personaggi e poi inizia l'intreccio di vicende che porterà i vari personaggi a incontrarsi. Ma nel gioco di ruolo non esiste il protagonista "indiscusso", tutti sono protagonisti della propria piccola storia che accresce quella più grande...la trama. A parte quei gdr in cui la scena è dominata da megalomani ed egocentrici, solitamente ogni personaggio ha la sua importanza. Lo stesso vale per i romanzi, ma qui abbiamo (solitamente) un protagonista. Questa è la prima differenza, ma non possiamo negare le eccezioni in entrambi i casi.

Un master può decidere se concedere il massimo della libertà ai suoi "attori" o mettere dei paletti così da non uscire fuori dalla trama. Io mi sono incuneata sempre tra entrambe le cose: ho dato una moderata libertà ai miei players, a patto che rimanessero ancorati alla trama e non imbastardissero il o i romanzi del Maestro. 
A ogni modo, i players, con la guida di un master che dà loro una visione generica e ampia del campo d'azione, iniziano a dar vita a dialoghi col partner di role, come un romanzo a più mani. E questa è l'altra, ovvia, differenza. Non c'è uno scrittore che dà vita ai suoi "figli", ma ci sono una molteplicità di "figli" che arricchiscono da sé la trama generale.

Un buon gdr, come un buon romanzo, è fondato sull'equilibrio. 
Ogni elemento destabilizzante "sporca" il racconto. Ma anche la ricerca ha la sua importanza, e senza una buona base da cui partire tutto appare traballante e senza senso.
Creare un gdr medievale o vittoriano (real life) è più complicato rispetto a un gdr fantasy inventato o tratto da un originale, proprio perché bisogna avere basi storiche da cui partire. Lo stesso vale, ovviamente, per il romanzo. Per scrivere una buona trama bisogna studiare minuziosamente il periodo in cui si vuole ambientare il romanzo, ecco perché molti si lanciano sulla solita storiella dell'elfo e del lupo mannaro...Là non c'è nessuna ricerca da fare: nel fantasy tutto è concesso, perfino la relazione amorosa tra due creature lontane anni luce, come Peter Jackson ci ha insegnato 💔
La sfida è creare qualcosa di diverso, qualcosa che non si conosce, ma che possiamo capire attraverso libri di storia.  E a me piacciono le sfide, e anche leggere i libri di storia!




Se vi è piaciuto il post, fatemelo sapere. L'ho lasciato volutamente in sospeso perché la prossima volta vi "parlerò" di un argomento che farà arrabbiare qualcuno, o sorridere, chi lo sa. Se avete qualcosa da aggiungere sulle vostre esperienze da rolers o scrittori, scrivete pure. Il confronto arricchisce e e io sono molto avida... STAY TUNED 💕



  




martedì 7 maggio 2019

TRAGODIA volume 1




La sua esistenza era come una lunga retta che non poteva essere intersecata, con un punto d'origine e una fine che lo attendeva a braccia aperte. Non aveva paura, non volgeva lo sguardo indietro per contare i passi compiuti, non pianificava, non deviava. I suoi occhi erano sempre fissi sul punto di non ritorno.

Il gelo nel cuore è il mio primo romanzo edito della trilogia Tragodìa.
La location è la bigia Torino di inizio novecento, ma successivamente mi sono spostata in Grecia, nella ventosa isola di Tino.
E' un romanzo psicologico fondato sull'evoluzione interiore del protagonista e riflette alcune mie grandi passioni, come la pittura, la mitologia, la storia e soprattutto la psicologia. Al fine di conoscere meglio alcuni personaggi, ho inserito dei flashback nei quali si scoprono le vicende che hanno determinato le scelte di personaggi non protagonisti, che, però, hanno tracciato il destino di tutti gli altri. 
Tragodìa in greco vuol dire tragedia, ed è così che Ludovico vede la vita. Un'opera teatrale con i suoi lati comici e grotteschi, dove elementi farseschi si alternano a quelli drammatici, dove ogni personaggio è come una marionetta mossa da un burattinaio.





GLI INGREDIENTI DI TRAGODIA

Ho sempre amato la psicologia e quel periodo affascinante tra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento. Dovevo unire necessariamente queste mie passioni e creare una base croccante e succosa per il mio romanzo (no, non è un blog di ricette).
Tutto ha avuto inizio con l'idea di questo personaggio misantropo e ateo, incapace di esprimere i propri pensieri a voce, che usa un diario per confessare le sue frustrazioni, il suo odio, ma anche i buoni sentimenti, così da lasciare una traccia di sé, di quell'uomo che nessuno (secondo lui) era riuscito a comprendere davvero.
Dopo aver dato un volto al mio Ludovico, ho iniziato a costruire la sua casa, il suo ufficio, gli odori, il rumore delle carrozze, il gorgogliare dell'acqua. Sono stata molto minuziosa, lo ammetto, ma nove lettori su dieci pensano che questi dettagli siano il punto di forza di Tragodìa.
L'inizio del romanzo è ambientato in una città maestosa e grigia che richiama la Londra vittoriana, dove il suicidio di una giovane donna dà il via all'indagine del nostro vice commissario, che richiama, o almeno volevo che richiamasse, il classico investigatore che si muove tra la nebbia di una città che cela segreti dietro le luci soffuse dei lampioni.


LA TRAMA

Tragodìa parla di un amore caparbio e determinato, della forza di togliersi la maschera e sgretolare la corazza, per poter vivere la vita con naturalezza, a costo di soffrire. In Tragodìa ci sono martiri e carnefici, un frate e una veggente; sacro e profano si mescolano, ma alla base c'è la voglia di cambiare e di vivere col cuore in pace.
Ludovico, infatti, inizia a cambiare solo quando si rivede riflesso negli altri, quando i suoi difetti non gli sono più graditi e inizia a smussarli. Scopre quanto siano belli il confronto, l'amorevolezza, la fiducia, e col cuore sgombro dai sensi di colpa, per aver lasciato morire sua madre senza una parola, decide di essere un uomo diverso.

Ludovico Visconti è un uomo dalla parvenza ruvida, ateo e misantropo che si trova ad affrontare i suoi fantasmi. Dopo la morte della madre, con la quale ha sempre avuto un rapporto costituito da silenzi e disinteresse, riceve un'eredità di segreti che lo destabilizzano, ma nel contempo infierisce su di lui anche il ritrovamento del corpo di una giovane annegata che gli entrerà nell'anima, facendolo dubitare di se stesso, della sua sanità mentale, e sgretolando quella maschera indossata per anni al solo scopo di non soffrire.
Venendo a contatto con l'ingiustizia e la negligenza di chi dovrebbe, invece, difendere i diritti dei miserabili, inizia a maturare un'insofferenza che lo porterà ad accettare la proposta del suo superiore: diventare commissario del distretto di Polizia. Ludovico desidera sedersi sulla sedia del suo superiore al solo scopo di imporre la sua tirannia. Vuole riaprire vecchi casi e far sì che la giustizia segua il suo corso, senza che i politicanti e altri subdoli personaggi mettano bocca negli affari della Polizia. Intanto, incapace di esprimere i suoi sentimenti a voce, inizia a scrivere su un diario, dove rigurgiterà i suoi pensieri, anche quelli più crudeli, con l'intenzione di lasciare ai posteri una testimonianza di quello che era e che è diventato, in seguito a un'evoluzione lunga e dolorosa. 

Mentre la sua dimora si anima di una presenza percettibile solo dal suo animo, decide di affrontare uno stancante viaggio in Grecia, e a Tino troverà quei tasselli che lo aiuteranno a costruire il suo passato e quello dell'annegata. Quell'eredità di segreti che lo aveva destabilizzato non è più un caso archiviato e irrisolto, ma una storia che si concretizza grazie all'incontro con qualcuno che riempirà i vuoti e farà chiarezza sul suo passato, su quello dei suoi familiari e di Athina, l'annegata.
In Grecia, Ludovico non solo viene a contatto con una realtà meno razionale di quella che si era imposto di vivere, scopre anche la fede e comprende che l'anima sopravvive alla morte. Ma, mentre gode di quella spensieratezza, in lui inizia a maturare il timore di morire e di non aver abbastanza tempo per chiedere umilmente perdono a chi ritiene di aver ferito e rivolgere le attenzioni a Eleonora, l'unica donna che ha continuato ad amarlo, malgrado il suo disinteresse.


SE QUESTO HA ATTIRATO IL VOSTRO INTERESSE, LEGGETE L'ESTRATTO DE "IL GELO NEL CUORE" SU AMAZON E SEGUITEMI SU FACEBOOK.  Il primo volume è in via di ripubblicazione con Youcanprint e a breve sarà seguito dal secondo, "Il figlio dentro", di cui parlerò in seguito. 



lunedì 6 maggio 2019

ELI: TRA FIGLIE, LIBRI E UNA GATTA DI NOME ITHIL

Eccomi qui.
Dopo tanto tempo a pianificare questa entrata in scena, finalmente ce l'ho fatta. Lo ammetto, dovevo solo riordinare le idee e scegliere un nome per il blog. Sembra sciocco ma è così. Dopo mesi di riflessione, alla fine ho fatto un passo indietro e istintivamente ho scelto Epoche nude, ma il perché ve lo lascio immaginare.


CHI SONO?

Il mio nome è Elisabetta, mi sembra ovvio, ma gli amici mi chiamano Eli (qualcuno anche Betty, ma sorvoliamo!). Sono mamma di due cucciole, più simili a due Nazgul in verità, e ho una grande passione per le cinquanta sfumature dell'arte.
Presi lezioni di piano da piccolissima, ma le mie dita avrebbero voluto pizzicare le corde di una chitarra. Col tempo questo interesse crebbe insieme a quello per la musica rock e accantonai il piano per dedicarmi alla chitarra elettrica. No, scherzo, avrei voluto farlo, ma alla fine riuscii solo a strimpellare Patience, The man who sold the world, Smoke on the water... Solo ora mi sovviene il perché del mio sfratto, ma andiamo avanti!

Alle elementari, la mia adorabile maestra mi diceva sempre che un giorno avrei fatto la pittrice o la scrittrice, perché ogni volta che c'era il compito in classe doveva strapparmi la penna dalle mani. Ricordo l'esame di quinta: Racconta di un libro che hai letto. Avevo letto "Piccole donne" e riuscii a riassumerlo in due fogli, ma solo perché la maestra si rifiutò di darmi il terzo. Per quanto riguarda il disegno, invece, ero brava anche in quello e su ogni pagella mi consigliava di studiare arte. I miei disegni erano affissi ovunque, anche quelli dei miei compagni di classe, dato che li facevo io. Non mi diedero mai soddisfazione quegli infami, ma la maestra lo sapeva e mi faceva l'occhietto.
Durante l'infanzia scrissi e disegnai molto, composi perfino delle poesie, mentre dondolavo sull'albero di mandarini che mia nonna aveva in giardino. Trascorrevo le ore serali a disegnare e colorare prima di andare a letto, perché erano gli anni '80, non avevo un computer, un cellulare o la playstation. Avevo solo le mani e la mente, e la bicicletta... e tanta voglia di fare.

Da adolescente ormai la passione per il rock era enorme e sognavo di diventare un grafico. Volevo disegnare le copertine dei dischi. In quel periodo i miei interessi erano solo la musica e il disegno, ovviamente. Il mio banco era il più artistico di tutti!
L'università fu uno dei miei periodi più belli. Riuscii perfino a fondare un gruppo rock. Suonavamo in un vecchio salone da barbiere, piccolo come il mio bagno, e durante le prove gli universitari si radunavano lì intorno per ascoltarci. Anche i "nativi" lo facevano, ma solo per mandarci al diavolo. Il chitarrista ebbe anche la favolosa idea di farci avere un contratto con un locale, ma il tizio del ristorante voleva volume basso e una scaletta che Sanremo levate. Era meglio suonare alle feste universitarie, molto meglio!



E POI LA SCRITTURA

Dopo anni a dipingere, ho ripreso l'attività che più amavo: scrivere. Dopo quattordici anni e tanti alti e bassi, ho deciso di pubblicare il mio scarabocchio. Si trattava di un romanzetto psicologico breve che un'intuizione mi ha fatto trasformare in qualcosa di molto più grande... Alla fine è diventato una trilogia!
Nome originale: Lettere morte. Allegria! In effetti era solo un diario, ma col tempo decisi di sfruttare la mia esperienza di role player ossessiva e compulsiva e renderlo più ROMANZOSO. Erano gli anni in cui avevo 394 profili e ruolavo come se non ci fosse un domani. Ma dopo dieci anni di roleplaying, di cui cinque da master, ho deciso di dedicarmi a una sola cosa: la scrittura.
Dei miei libri vi parlerò più in là, ora voglio solo dire che il motivo per cui è trascorso così tanto tempo dalla pubblicazione sta nel fatto che ero molto inesperta e non conoscevo altre strade se non quella di pagare la pubblicazione. Non avevo i mezzi, ma, anche se li avessi avuti, non avrei mai scelto di pagare un editore. E poi finalmente questa cosa meravigliosa del self publishing. All'inizio ero titubante perché speravo di avere un contratto con una casa editrice accettabile che mi avrebbe supportato nella diffusione dei miei "capolavori". Ma, quando ho aperto gli occhi, mi sono informata e ho ascoltato le disavventure degli altri, ho deciso che chi fa da sé fa per tre. Con questo non voglio dire che tutte le case editrici truffano i poveri scrittori emergenti, ce ne sono tantissime serie e affidabili, ma a una come me, con la perenne nuvoletta sulla testa, come poteva capitarmi quella buona? Pessimismo a parte, ora posso dirmi felice! Ho pubblicato su Amazon per vedere come andava, ho avuto delle soddisfazioni e ho deciso di non mollare.
La mia trilogia si intitola Tragodìa. Il primo volume, Il gelo nel cuore, è già in vendita su Amazon, ma a breve sarà sugli store online e prenotabile  nelle librerie. Il secondo è pronto per la stampa e la cosa mi entusiasma molto perché mi metto nei panni di quei lettori che attendono il seguito. Il terzo è nella mia mente, ma inizierò a scriverlo presto, molto presto.