"Amo il ricordo di quelle epoche nude
quando a Febo piaceva indorare le statue,
quando l’uomo e la donna nella loro semplicità
gioivano senza menzogna e senza ansietà,
e offrendo la schiena alle carezze del cielo
mantenevano sana la loro nobile macchina."

lunedì 30 settembre 2019

RECENSIONE: LO HOBBIT DI J.R.R.TOLKIEN

Dopo aver letto Lo Hobbit di J.R.R Tolkien diversi anni fa, ho deciso di rileggerlo e condividerlo con le mie bambine. Quella ristampa del libro, con i bordi arrotondati e la copertina lievemente a rilievo, aveva attirato la mia attenzione in libreria e ora eccomi qui con la mia prima "recensione".




TRAMA

«Questa è la storia di come un Baggins ebbe un'avventura e si trovò a fare e dire cose del tutto imprevedibili.»
Lo Hobbit è un romanzo che il Professore iniziò a scrivere in un periodo drammatico della sua vita, quando ancora si sentivano gli echi della prima guerra mondiale e il mondo era scosso dal tremore della paura. Come l'autore stesso affermò, la fantasia è come la fuga di un prigioniero, il quale  ha tutto il diritto di lasciare la sua prigione per farsi catturare dall'irreale, e questo romanzo - inizialmente rivolto ai più piccini, ma sicuramente apprezzato a tutte le età - incarna anche il concetto di fuga dal quotidiano, dalla paura che ti tiene legato alla poltroncina di casa e alle porcellane, ai libri e ai centrini accuratamente disposti di qua e di là.
 «In un buco nella terra viveva uno Hobbit. Non era un buco brutto, sudicio e umido, pieno di vermi e intriso di puzza. Era un buco Hobbit, vale a dire buon cibo, un caldo focolare e tutte le comodità di una casa.»
Tutto inizia così. Bilbo Baggins, una piccola creatura in tutto simile agli uomini "gambelunghe" - se non fosse per l'altezza di un nano e i piedi pelosi adatti alle scarpinate -, vive serenamente la sua vita da Hobbit. Per gli Hobbit la vita è fatta di buone cose da mangiare, d'aria aperta, di cordialità e disinteresse verso tutto ciò che accade nel mondo esterno. In verità gli Hobbit sono perlopiù ignari di ciò che avviene oltre i loro confini, pertanto continuano a vivere beatamente e fumare la loro erba pipa.
E' un giorno come tanti, quando il giovane Bilbo - che poi ritroveremo più anzianotto ne Il Signore degli Anelli - si rilassa davanti all'uscio di casa Baggins. Improvvisamente, l'ombra maestosa di un anziano barbuto lo sovrasta e dopo un "buongiorno" arzigogolato e confuso Gandalf lo stregone grigio gli fa una proposta che Bilbo prontamente rifiuta.
Le avventure non erano proprio gradite agli Hobbit, tanto meno al povero Bilbo, eppure in passato qualche Hobbit avventuroso c'era stato e uno di questi era proprio imparentato con il nostro protagonista. Nelle vene di Bilbo scorreva il sangue pacato dei Baggins, ma anche quello spericolato dei Tuc, che in questa bellissima storia finisce per soffocare la passione per il focolare e i fazzoletti ben stirati.
Gandalf lo incoraggia a lasciarsi catturare da un'avventura, ma Bilbo, senza rinunciare alla sua cortesia hobbit, rifiuta categoricamente. Però il vecchio stregone ha il suo asso nella manica e fa in modo che tredici nani lo raggiungano direttamente a casa, tra cui Thorin, figlio di Thrain e nipote di Thror, re di Erebor, la città nanica sotto la montagna.
La cena in compagnia dei Nani porta lo scompiglio che potete tutti immaginare e il povero Bilbo inizia a sbuffare come un ciminiera e tremare per paura che rompano le sue porcellane. Ma, quando apprende il motivo che spinge i nani ad affrontare un cammino periglioso e oscuro, infine, istintivamente, pressato dall'insistente Gandalf - il quale gli ricorda le avventure di quel Tuc avventato e impavido -, si lascia coinvolgere, pur rimpiangendo molte volte la pace di casa sua, la comodità, il camino e il buon cibo.

I nani devono raggiungere Erebor per sottrarre le ricchezze di cui molto tempo prima si era impossessato il temibile drago Smaug (o Smog, come appare nell'altra versione del libro che ho letto), e uno Hobbit è la creatura più adatta a entrare nella grande sala del tesoro, perché il drago conosce bene l'odore dei nani, ma non quello di Bilbo. Il viaggio si rivela pericoloso e molesto e la compagnia si ritrova ad affrontare molte avventure rischiose, come il primo incontro con i tre Troll, furbescamente ingannati dalla scaltrezza di Gandalf e poi pietrificati dal sole nascente, con i Goblin, che determineranno poi il seguito della storia, quello che sarà raccontato ne Il Signore degli Anelli, perché proprio da quelle gallerie scavate dai Goblin il povero Bilbo scivolerà direttamente nella tana di Gollum e si impossesserà dell'Unico Anello.

Non voglio dire altro, anche se mi piacerebbe descrivere dettagliatamente ciò che avviene, ma comprendo che in molti non lo hanno letto - qualcuno convinto che la versione cinematografica sia fedele. In realtà non è vero, quindi vi consiglio vivamente di dimenticare il film - epico, bellissimo, senza ombra di dubbio - e di immergervi in questa lettura scorrevole, piacevole, in cui l'autore si rivolge al lettore fino a entrargli nel cuore.


LIBRO E FILM: DIFFERENZE
Perfino io, che l'ho letto due volte e anche più, dopo aver guardato i bellissimi film di Peter Jackson ho provato un fremito davanti a quei dettagli che non ricordavo di aver trovato nel libro.
A parte la molto nota e criticata storia d'amore tra l'Elfa Tauriel e il Nano Kili, ci sono molti elementi inventati di sana pianta e l'esasperazione di tanti altri che fanno giudicare alcuni personaggi in maniera più spietata rispetto a come lo si potrebbe fare leggendo il libro.

Tauriel non esiste, non è mai esistita. Azog, invece, l'Orco pallido padre di Bolg, ritorna per vendicare l'offesa e uccidere Thorin. In realtà Azog era stato già ucciso nel libro. In compenso, però, mentre Azog diviene l'antagonista quasi assoluto, un protagonista che meritava più spazio come Beorn il Mutapelle viene quasi del tutto oscurato. Nel film non è escluso, ma secondo il giudizio di molti tolkieniani (e mio) avrebbe meritato uno spazio maggiore. Che dire, poi, di Thranduil, il re degli Elfi silvani di Bosco Atro? Io l'ho odiato nel film. PJ lo ha esasperato, lo ha reso antipatico e odioso. Quella fierezza tipica degli elfi l'ha trasformata in boria e, mi dispiace ammetterlo, ho dovuto rileggere il romanzo per togliermi dalla pelle quella sensazione amara dovuta all'odio per il poveretto.

CONCLUSIONI

Lo Hobbit è un libro che consiglio. Leggetelo ai vostri bambini, ne rimarranno estasiati come lo sono rimaste le mie figlie. E' un libro che parla di coraggio, del coraggio di una piccola creatura che, consapevole di ciò che hanno perso, vuole aiutare i Nani a recuperare la loro casa e tutto ciò che appartiene loro. Parla di un'amicizia sincera, della capacità di andare oltre e superare i propri vizi, per poi apprezzare la famiglia, la familiarità, le cose belle della vita (che non sono l'oro, la ricchezza e il potere). Ma ciò che mi ha colpito di più è quel senso di unione. Alla fine del romanzo una guerra vedrà lo scontro tra Umani, Elfi e Nani, i quali abbandoneranno i loro rancori per poter combattere un nemico comune: il Male (gli Orchi).
Sebbene sia un romanzo scorrevole e costituito da un linguaggio semplice che giunge al cuore di tutti, indipendentemente dall'età, Lo Hobbit lascia segni profondi e fa riflettere, a maggior ragione se si pensa al periodo in cui il Professore iniziò a scriverlo.
Spero di avervi incuriositi. Sono felice di aver debuttato con questa mia prima pseudo recensione e spero di allietarvi con le prossime.



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